La peste di Udine del 1556 e la cacciata degli ebrei

A Udine, il 26 giugno 1719, «previo il suono della Tromba in concorso di molta Gente», fu pubblicato un «Proclama contro gli Ebrei» che recitava così: «Avendo il Magnifico Maggior Conseglio di questa città il dì 9 giugno 1556 con solenne voto deliberato: Che gli Ebrei introduttori fino all’ora del contagio dovessero rimaner esclusi per sempre dal poter abitar, fenerar, o negoziar in questa Città, e vociferandosi, che nei tempi presenti la medesima Gente si faccia lecito di prendersi delle libertà repugnanti al medesimo votivo Decreto; è chiamato zelo della Pietà pubblica a raffrenar ogni loro ardimento in tal proposito, per mantener nel dovuto vigore la promessa fatta. Col tenor perciò del presente Proclama d’ordine dell’Illustrissimo, & Eccellentissimo Signor Luogotenente, e degli Illustrissimi Signori Deputati della Città si fa pubblicamente intendere, e sapere: che non debba alcun Ebreo avere l’ardire d’introdursi in questa Città in alcun tempo ne meno in quello delle Fiere pubbliche ad abitar, fenerar, o negoziar per alcuna via, o mezzo, che dir, o escogitar si possa, sotto le pene prescritte dall’altro posterior Decreto del detto Maggior Conseglio 7 Marzo 1622, esecutivo dell’antecitato precedente; cioè di Duc. 50, e della perdita di tutta la robba, che da essi venisse introdotta in Città, applicata per metà a Luoghi pii, ed a’ Nobb: Signori Giurati di Commun, che restano strettamente incaricati ad indagar con la più accurata diligenza i trasgressi; acciò veda il Cielo, e ’l Mondo la costanza delle pubbliche premure per l’intiero adempimento dell’obbligo contratto con Dio, che dice: VOVETE, ET REDITE. E così possano questi Cittadini, e Popoli sperar gli effetti delle Celesti Benedizioni».
In città, come altrove in Italia e in Europa, si aggirava ciclicamente la peste, che nel Cinquecento aveva terrorizzato dalla destra del Tagliamento nel 1504, quindi aveva colpito negli anni 1511 (il periodo più drammatico), 1528, 1532, 1539, 1544.
Nel secolo precedente, che aveva conosciuto una permanenza quasi endemica del morbo (che, occorre precisarlo, veniva però talora confuso con altre epidemie, quali il vaiolo o il tifo petecchiale), l’atteggiamento del Consiglio cittadino verso gli ebrei era stato caratterizzato da un’ambiguità di fondo, fra divieti di residenza e concessioni di privilegi particolari; ben più gravi, tuttavia, furono le epidemie del Cinquecento.
Se in alcuni casi gli ebrei furono cacciati dai centri del Dominio veneto, a Udine, in particolare negli anni 1524, 1543 e 1550, si prospettarono misure di ghettizzazione, espulsione e restrizione di attività, ma l’effetto rimase limitato. Fu il 1556 a porgere l’occasione più propizia.
Il proclama del 1719, come s’è visto, reiterava il divieto del 1556 (che – occorre notarlo – seguiva di poco la bolla papale «Cum nimis absurdum»), allorché agli ebrei, accusati dell’introduzione della peste in città, fu proibito di abitarvi e di condurre attività di prestito, pena sanzioni pecuniarie e il sequestro dei beni, compresi i depositi presso il Monte di pietà; si incaricarono inoltre i luoghi pii e le magistrature comunali – beneficiari previsti delle merci incamerate – di sorvegliare che il divieto venisse osservato; e si perpetuava così, fra l’altro, lo stereotipo dell’ebreo untore.
Le cronache del 1556 riferiscono che il contagio fu introdotto a Udine da masserizie infette trasportate da ebrei della città che si erano recati a Capodistria – già da tempo decimata dalla pestilenza – e che il primo decesso fu quello di un’ebrea, moglie di tal Gioseffo da Muggia (Josefo de Muggia). Sulla facciata della sua abitazione udinese venne fatta poi murare una lapide con la scritta “memini mdlvi”.
Dalla dimora di Gioseffo la peste si diffuse dapprima in casa di un suo fratello e poi di un cugino che abitavano vicini, e ciò fu sufficiente non solo per alimentare – come già osservato – un collaudato preconcetto, ma altresì per interpretare (o spacciare) l’episodio come un sortilegio malriuscito.
Inoltre, nel panico e nella confusione che accompagnarono l’accaduto, si diffuse immediatamente una ventata persecutoria: alcuni facinorosi, capaci di trascinare il popolo, richiesero giustizia sommaria e saccheggi ai danni dei presunti untori, ma si trovarono di fronte alla dura opposizione del luogotenente Domenico Bollani. Nondimeno, il 9 giugno il Consiglio cittadino, che già il 28 aprile aveva scelto tre deputati da inviare a Venezia per chiedere al doge il beneplacito di espulsione degli ebrei, deliberò la cacciata a tempo indeterminato.
Dopodiché, tranne qualche sporadica e temporanea presenza fra i secoli XVII e XVIII, fino all’arrivo dei napoleonici in Friuli non ci furono più ebrei a Udine (ne rimasero solo alcuni alle porte di Udine, in Chiavris).
In un trattato del 1558, il giureconsulto udinese Marquardo Susanna esternò senza troppe riserve le sue (e altrui) posizioni di profonda ostilità nei confronti degli ebrei, chiarendo che, sebbene in linea di principio essi avessero diritto di residenza, nondimeno, nell’eventualità di crimini e macchinazioni ai danni della società cristiana, era senz’altro lecito espellerli: un caso esemplare, secondo il leguleio, era proprio la peste di Udine del 1556. Inoltre – questo non lo affermava apertamente, ma ne faceva balenare l’idea – gli ebrei avevano agito malignamente, ed era giusto, perciò, che sia i diretti colpevoli sia tutti i loro correligionari ne pagassero le conseguenze.
Si aggiunga che Giuseppe (Gioseffo) Daciano, medico pubblico della comunità udinese nato a inizio Cinquecento, nel suo «Trattato della peste e delle petecchie», analizzando sintomi e sviluppo delle ultime epidemie regionali dal 1556 al 1572, non solo accusò i «perfidi e maledetti» ebrei di avere rubato le merci appestate a Capodistria, ma si rammaricò altresì che contro di loro non fosse stata usata più «rigorosa giustizia», come invece – sosteneva – aveva fatto Dio infliggendo, nel corso della storia, severi castighi al popolo ebraico.
Ora, se il contagio risultò spargersi da abitazioni d’ebrei, tuttavia non si può essere certi del modo in cui andarono esattamente le cose (come fu contratto il morbo, come esso entrò effettivamente in città…); e, comunque sia, resta incongruente l’ipotesi del complotto, giacché, a parte l’assenza di prove, i presunti congiurati furono le prime vittime. Già all’epoca della peste, peraltro, il cancelliere dell’ufficio di Sanità Vincenzo Giusti aveva osservato: «L’origine della peste in casa di questa hebrea non è certa quantunque li provveditori sopra ciò ordinati con ogni sollecitudine havessero inquirito».
Pare equilibrata, allora, la posizione di Antonio Battistella: «Le prime vittime furono alcuni Ebrei abitanti in una casa in borgo del Fieno (oggi piazza Venerio), la stessa dove s’era avuto il primo morto nel contagio del 1511. Bastò questa singolare combinazione perché in città si sollevasse un folle fermento contro gli Ebrei, il quale, crescendo con l’aumentare della mortalità, spinse il Consiglio a promuovere la loro cacciata…».
In tempi recenti, in un pregiato volume su sanità e società in Friuli-Venezia Giulia, Michele Gottardi ha ribadito che la versione relativa all’introduzione del morbo da parte di ebrei recatisi a Capodistria risulta di origine «tradizionale e popolare»; nello stesso volume, poi, Bernardo Nobile ha annotato: «Il Candido [Emilio Candido] non trascurò di annotare le voci correnti sulla responsabilità di un Ebreo d’avere importato da Capodistria a Udine delle merci infette, e rilevò la sfortunata coincidenza che l’epidemia avesse avuto come focolaio la stessa casa, già allora abitata da Ebrei, in cui s’era manifestata per la prima volta anche la peste del 1511. Non ho la competenza per giudicare se sia plausibile che un’unica persona potesse essere causa di un’epidemia, comunque non stupisce che quest’accumularsi di coincidenze (nella stessa casa, sempre in una famiglia ebrea) abbia offerto il pretesto per manifestazioni di intolleranza antisemita».
È importante constatare, allora, che per la società che ospitava gli israeliti ogni occasione poteva essere buona per farli diventare il capro espiatorio di nefandezze o calamità di vario genere. E questo non solo in quanto tradizionalmente accusati di essere deicidi, profanatori di ostie o autori di omicidi rituali: ogni pogrom, infatti, implicava la distruzione dei libri contabili dei prestatori ebrei e, con ciò, l’annullamento di ogni debito, recando un evidente vantaggio economico tanto al popolo minuto, quanto ai cittadini altolocati; questi ultimi, da un lato sapevano fermare i più violenti e potenzialmente pericolosi impulsi dal basso, ma dall’altro, non di rado, attendevano il momento buono per liberarsi in modo non cruento dagli ebrei.
La peste del 1556 fu insomma, prima di tutto, un’occasione, un pretesto, un’opportunità, come normalmente avveniva in casi simili e come si evince anche dalla relazione di un cugino di Marquardo, Pagano de Susannis, capo delle guardie della città durante l’epidemia, il quale – prima di descrivere sia vari aspetti dell’evento sia le misure adottate per limitare i danni – dichiarò frutto della giustizia divina il fatto che la morte avesse colpito proprio nei giorni di Pasqua gli ebrei ritenuti colpevoli («… sententia divina che in tali giorni essi perfidi fossero condutti alla morte»: un implicito, chiaro riferimento alla bieca concezione antiebraica di lungo periodo che individuava negli israeliti un popolo maledetto, in quanto ritenuti assassini di Cristo e rei di omicidi rituali). E troviamo scritto: «Cosa invero che dette occasione alla nostra città di discaciar di essa ditti ebrei».

VALERIO MARCHI

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